Eolie e Comunismo: Quel Disco in Vinile Mai Suonato di Mirko Saltalamacchia
di Mirko Saltalamacchia
Eolie e Comunismo: Quel Disco in Vinile Mai Suonato
Le Eolie, un arcipelago di miti, vulcani e bellezza incontaminata, evocano spesso immagini di evasione e purezza. Ma cosa accadrebbe se, tra le acque cristalline e le case bianche, emergesse un interrogativo denso di complessità sociologica, capace di gettare luce sulle dinamiche del nostro tempo? Un interrogativo che, paradossalmente, si manifesta nell'incontro inaspettato tra un'isola iconica e una parola così storicamente carica come "comunismo".
Da qualche tempo, la scena si ripete: mi fermano per strada, conoscendo le mie inclinazioni riflessive, e la domanda è quasi un ritornello: "Ma perché non fai qualcosa?". Questo accade invariabilmente in prossimità di eventi locali, organizzati da un gruppo di giovani: ragazzi e ragazze operosi, modesti, capaci di creare coesione pur partendo da idee molto diverse. Il loro attivismo è palpabile, genera risultati concreti. Eppure, è proprio di fronte alla loro azione che un certo segmento di persone sembra risvegliarsi dal torpore, formulando domande che celano più un senso di colpa per la propria inerzia che un genuino stimolo all'azione altrui.
L'Etichetta e il Potere: Una Semplificazione Pericolosa
Di fronte a questi amici "istintivi e passionali", che sanno bene perché mi pongono quella domanda, mi ritrovo a giocare la parte del "liberal chic" disattento: "In che senso, scusa?". La risposta è quasi sempre un cliché, un refrain che svela la radice del problema: "Fanno tutto questi comunisti! E hanno il 'potere' perché sono d'accordo con il sindaco che è comunista pure lui".
Ecco il punto nevralgico della questione: Si confonde l'organizzazione di un evento con l'esercizio del "potere" politico. Un errore concettuale che, da un punto di vista accademico, stride. Il potere, quello vero, nel nostro sistema democratico, non si ottiene con una sagra o un dibattito pubblico, ma attraverso la costruzione di un programma politico coerente, capace di convincere un elettorato e di promuovere lo sviluppo economico e l'equilibrio sociale. È un mandato che nasce da un patto sociale, non da un'iniziativa estemporanea, per quanto lodevole.
Inoltre, osservando chi anima queste iniziative, emerge un dato interessante: la stragrande maggioranza, probabilmente il 90%, fatica a distinguere tra Marx e Lenin, figuriamoci a spiegare le complessità del materialismo storico. Eppure, vengono categorizzati, in blocco, sotto l'etichetta di "comunisti". Qui si manifesta la "sindrome del contenitore unico", una tendenza a semplificare per rassicurare, a ridurre la complessità del pensiero politico a un'unica, rassicurante (o minacciosa) etichetta.
Cos'è il Comunismo? Il Vinile Mai Suonato
Facciamo un passo indietro: Comunista significa credere che fabbriche, terre, capitale, ovvero i mezzi di produzione, debbano appartenere alla collettività e non a privati. Significa aderire a una teoria precisa della storia, delle classi sociali, e all'idea che il capitalismo porti in sé i germi della propria crisi, come teorizzato da Marx.
Ora, quanti di coloro che su TikTok si autodefiniscono "comunisti" potrebbero fornire una definizione di sé così precisa, magari mentre sorseggiano il Nesquik preparato dalla mamma, con il joypad in mano? Qui si svela la metafora centrale: l'ideologia come un "disco in vinile", comprato da un ragazzo della Generazione Z più per "fare il fico" con gli amici che per una reale passione per la musica o per la sua storia. È un'etichetta estetica, una badge di appartenenza, un simbolo di identificazione che prescinde dalla comprensione profonda del suo significato, della sua storia, dei suoi risvolti teorici e pratici. Diventa un'immagine, un gesto, più che una convinzione radicata.
Il Paradosso dell'Azione e l'Eclissi dell'Ideologia
Non intendo mettere in discussione la buona fede di chi si impegna nel sociale. Anzi, ritengo che chi fa tanto per la comunità agisca spesso senza secondi fini. La questione è un'altra: l'uso di una parola così importante e storicamente complessa come "comunismo" – carica di storia, di speranze e di tragedie – come mero "certificato di bontà" o "etichetta estetica di chi è nel giusto", finisce per svuotarla di significato.
Questo fenomeno si acuisce di fronte all'immagine di un centrodestra che, purtroppo, appare spesso frammentato, incapace di proporre una visione condivisa e un candidato che rappresenti una reale alternativa. Questa inerzia, questa mancanza di coesione, crea un vuoto che viene riempito dalla percezione che "le cose buone" arrivino solo da una determinata matrice ideologica. Un'impressione fuorviante e dannosa per il dibattito pubblico, perché monolitizza il bene e il male, l'azione e l'inerzia, in compartimenti stagni.
La Sfida della Consapevolezza e la Libertà dei Giovani
A chi mi ferma chiedendo di "fare" – spesso non per spirito culturale, ma per la cieca fedeltà a una bandiera, per uno "scudetto della Juventus" ideologico – vorrei rivolgere una provocazione che è anche un invito alla riflessione critica: "Non ti chiedo di pensarla come me, ti chiedo di sapere perché la pensi come credi di pensarla tu". È questo il cuore del discorso: comprendere le ragioni profonde delle nostre convinzioni, i condizionamenti sociali, culturali e storici che le plasmano.
Non si tratta di impedire a chi si proclama comunista di apporre la sua etichetta sulle proprie azioni. Si tratta, piuttosto, di evitare un errore deprecabile: quello di far percepire, a causa della debolezza e della confusione di un certo centrodestra, che le iniziative positive e il progresso sociale possano nascere solo da una singola matrice ideologica. Questo impoverisce il pluralismo, limita il dibattito e impedisce la ricerca di soluzioni comuni.
Quindi, invece di additarmi o di chiedere a me (io non sono la scopa nuova di nessuno, così ni chiarimu subito) di "scendere in campo" per riequilibrare la bilancia, rivolgo l'invito a coloro che lamentano questa presunta egemonia: fate un profondo esame di coscienza su come avete gestito il paese culturalmente e socialmente negli ultimi trent'anni e soprattutto, lasciate in pace i ragazzi! Confusi o meno con le loro idee, sono "liberi" di battersi per i loro ideali. A patto, ovviamente, che contribuiscano al benessere comunale, pagando i “tributi” di una cittadinanza attiva e consapevole. Perché anche l'idealismo, per essere efficace e sostenibile, deve fare i conti con la realtà e con le responsabilità, che derivano dal vivere in una società dove non si sfrutta il proprio seguito per immobilizzare un sistema.
P.S. Restando in tema di iniziative e rappresentanza dal basso, non possiamo ignorare una questione che attanaglia non solo Lipari; il peso troppo esiguo delle isole minori sulle politiche del comune centrale, nel nostro caso Lipari, non va bene. Il divario è evidente, le necessità spesso trascurate. Forse è tempo che Stromboli, Filicudi, Alicudi, Panarea, si ritrovino. Che facciano una riunione e trovino un loro rappresentante condiviso, scelto dalle persone del luogo, non dalla politica, per portare avanti le istanze specifiche di ogni isola. Un esempio concreto di "fare qualcosa" che parta dalla base, con consapevolezza e determinazione.