Da Ravenna in linea Massimo Restuccia. I ricordi del passato. Colloqui con Malaparte 1° parte
di Massimo Ristuccia
RIVISTA TEMPO N. 25 DEL 20 GIUGNO 1957 COLLOQUI CON MALAPARTE 1 parte.
Curzio Malaparte, in questi giorni che seguono la crisi più tremenda del suo male, ha voluto aver vicino nella clinica romana in cui è ricoverato da tre mesi, uno degli amici e dei colleghi di “Tempo”, perché stesse ad ascoltare le sue parole e le provocasse, e gli facesse da tramite verso il mondo dei suoi lettori.
Roma, 7 giugno
Malaparte ha voluto che gli si portasse un magnetofono. Nelle condizioni in cui si trova gli è ancora impossibile l'atto materiale dello scrivere. E invece sono molte e ricche di novità e pressanti le cose che vuole e che sente il bisogno di dire. Il magnetofono potrà servire a raccogliere, a fissare e a trasmettere i suoi improvvisi pensieri, i ritorni sempre più frequenti di umo- re, gli inviti e le sollecitazioni della memoria. Ma soprattutto ha voluto aver vicino uno di noi, uno degli amici e dei colleghi di "Tempo", perchè stesse ad ascoltare le sue parole, e le provocasse, e gli facesse da tramite vivente, non meccanico, verso il mondo dei suoi lettori.
ha cominciato Malaparte, quando mi sono seduto sul piccolo divano di cuoio verde, accanto al suo letto ce che tu riferirai come se lo scrivessi io, o piuttosto come un dialogo tra di noi, e non basteranno certo nè un colloquio, nè due, sarà prima di tutto la storia della mia malattia. I lettori di "Tempo" ne sanno ancora troppo poco. Ma non comincerò con la storia antica, quella che si inizia sul fronte di Bligny con la ferita al torace e il guasto del- l'iprite; il male che mi ha accompagnato da allora per tutta la vita e che è tornato ad aggredirmi. in Cina con la più implacabile violenza e che ancora mi tiene qui, come vedi. Voglio raccontare prima di tutto la storia della mia ultima esperienza di malato, quella tremenda ed estrema che ho vissuto poche settimane fa. Un'esperienza così importante ed essenziale ed assoluta che se la tacessi per non affaticarmi, per risparmiarmi fisicamente come dicono i medici, mi sembrerebbe di tradire tutto il senso della mia vita. Voglio raccontare la storia della mia agonia. Ripetila questa parola: agonia. Perchè è la verità: per cinque giorni io sono stato in agonia. Esattamente dalla mattina di domenica 12 alla mattina di giovedì 16 maggio ».
La voce di Malaparte esce sui toni bassi, un poco velata di affanno, ma è limpida, ferma. Accompagna senza esitazioni lo svolgersi del pensiero. Il solo polmone che respira in lui moltiplica i suoi sforzi, per aiutarlo a parlare. E il racconto riprende:
« Agonia. E' una parola che ha senso attivo e non passivo. Significa lotta, contrasto, combattimento. E' la battaglia contro la morte. Io l'ho durata per cinque giorni e l'ho vinta. Ho combattuto in piena lucidità di coscienza: perchè è questo il fatto prodigioso che voglio. D'essere penetrato narrare, consapevole, attento, sensibile nella frontiera ultima tra l'uomo e l'infinito, tra il tempo e l'eternità. E d'esserne uscito con la memoria precísa di ogni più piccolo evento. Domanda qui alla suora, se non è così ».
Suor Carmelita, che è seduta al capezzale di Malaparte, dall'altra parte del letto, annuisce sorridendo. E' una suora toscana, di Poggio a Caiano. E forse per questo lei e Malaparte si intendono a meraviglia; una "maledetta toscana" che oppone il suo viso lievemente rosato e ben paffuto, illuminato da un sorriso sempre in bilico tra la malizia e la bonarietà, agli scatti d'umore del malato, alle sue improvvise impazienze, ai rimproveri che qualche volta sono. crudi. E che invece si chiude in un'espressione compunta quando Malaparte, e non è raro, fa le sue lodi o le si rivolge con tenerezza. Con brusca parentesi Malaparte racconta ora delle altre suore che si avvicendano ad assisterlo.
«C'è un'altra toscana, tu non l'hai ancora vista: suor Angela. E una sera mi hanno mandato una suora abruzzese. Era D'Annunzio, D'Annunzio vestito da monaca. E poi è arrivata la monaca spagnola, che pare uscita da una pittura di Goya. Aveva il turno di notte. E all'improvviso, mentre mi ero assopito, ho sentito un gran tonfo. Ho spalancato gli occhi. Era lei, lei che s'era buttata in ginocchio per dire le sue preghiere. E ogni volta che doveva dire le sue preghiere si buttava giù a quella maniera. La stanza sussultava; perchè, per sopramercato, è tutt'altro che leggera ».
Il giorno che sono entrato per la prima volta da Malaparte gli avevano fatto, al mattino, una trasfusione di sangue. La prima, perchè, nonostante i medici le avessero suggerite da tempo, il malato si era sempre opposto come a una violenza che gli volessero fare. Si sa che significato e che valore ha il sangue nel mondo della fantasia di Malaparte. Basta ricordare come attacca quella "Confessione" che apre il suo libro intitolato appunto "Sangue"; basta rileggere là dove dice: « Il sangue è ciò che di più nostro abbiamo in noi. Nelle vene hanno radici i nostri pensieri, i nostri sogni, i nostri sentimenti, i nostri atti.
E non ci si stupirà che l'idea del sangue di un altro che fosse portato a fluire nelle sue vene gli facesse orrore. Infatti dice:
«Sì, mi faceva orrore e paura. Non lo volevo il sangue di un altro, di un non so chi. Di uno che poteva essere uno stupido, o un criminale o uno che avesse al fondo della sua personalità chissà quali vizi se- greti o quali pensieri tortuosi. Non volevo che mi capitasse di dover portare in me la coscienza, buona o cattiva, di un altro. E di qualcuno che conoscevo, e che pure si era offerto di darmi il suo sangue, non lo volevo, appunto perchè era uno che conoscevo ».
Ora si è adattato. Un poco perchè Malaparte è si un ma- lato bizzarro, ma è anche ragionevole. Ma più, probabilmente (con lui di questo non abbiamo ancora parlato) perchè la sua esperienza ultima, ciò che ha conosciuto nelle giornate estreme che gli è capitato di vivere, gli ha aperto nuovi e meno puntuali orizzonti, gli ha suggerito che altro è il sangue come simbolo e altro è il sangue come puro fattore fisiologico. Intanto Malaparte riprende il suo racconto.
«Farò per ora soltanto la cronaca di quei giorni. Comincerò dall'esterno. Ci vorrà tempo e pazienza perchè io possa dire della mia esperienza metafisica. E troppo importante perchè se ne possa parlare così da un momento all'altro. Non dobbiamo assolutamente ave- re fretta. Il male dunque, il gran male, è cominciato dome- nica 12 maggio, al mattino verso le 11. Mi stavano aiutando a mettermi seduto sul letto. C'era suor Carmelita che mi teneva un braccio attorno alle spalle. E allora io ho commesso un'imprudenza: ho rovesciato indietro il capo. E' bastato quel gesto perchè si determinasse uno squilibrio e il cuore precipitasse. Con la mano che aveva libera suor Carmelita ha premuto i campanelli. Sono accorse le altre suore e poi so- no venuti i medici. Fisicamente ero perduto. Il mio corpo era perduto. E certo nessuno poteva supporre quanto il mio spirito invece fosse presente.
Il professor Pozzi mi ha visitato, si è sollevato da me e ha detto chiaramente: "Si sente lo sfregamento della pericardite. Pericardite vuol dire campane a morto. Non passerà la notte". E ha raccomandato alla suora di non lasciarmi un attimo senza assistenza. Sotto la tenda ad ossigeno (intanto avevano portato la tenda a ossigeno) io ero perfettamente cosciente: vedevo ogni cosa e sentivo ogni cosa. Il cuore non batteva più, non batte con la pericardite, ondeggiava, danzava in maniera incomposta, secondo una sua pazza misura. Si vedeva da fuori questo ballo furibondo del cuore. E più di una volta in quei cinque giorni si è fermato. Per pochi attimi, ma è stato fermo. E in quegli attimi io affondavo nel buio. Erano passati esattamente due mesi dal giorno in cui ero sceso a Ciampino >>.
La stanza in cui Malaparte è ricoverato dal giorno del suo ritorno dalla Cina è al terzo piano di una clinica romana che sta oltre Villa Savoia, verso la via Salaria. Dalla grande finestra che è alla sinistra del letto si scorge la città che si dirada tra ville e giardini e in fondo, quando è sereno, la linea. turchina dei colli albani. Sopra una mensola, che è situata proprio sotto alla finestra sono disposti gli oggetti, i pochi ed essenziali oggetti, che gli fanno compagnia e che tutti, in un modo o nell'altro, hanno una storia. Vi è una riproduzione della "Madonna della cintola" di Giovanni Pi- sano, che è a Prato; vi sono due leoni di porcellana cinesi, riproduzione di quelli che stanno davanti al palazzo imperiale a Pechino; vi è un pappagallo in porcellana che gli regalarono le infermiere cinesi dell'ospedale di Hankow quando partì per l'Italia; vi è un agnellino in marzapane con il suo gonfalone di seta, di quelli che si mettono sulle torte pasquali siciliane, e gli è arrivato da un ammiratore ignoto; vi è una mezzina di rame con lo stemma di Prato che gli è stata recata dal sindaco della sua città natale, e dentro alla mezzina gli aghi sempreverdi della pineta di Galcetti; vi è una statuina di Santa Rita da Cascia, delle più popolari che esistano: gliela ha mandata un contadino che per andare a Cascia a comprarla ha fatto trenta chilometri a piedi; vi è una statuina in porcellana di Lu-Shun, il Gorki della letteratura cinese; e poi un arruffato cavallo in fil di ferro che gli è stato regalato da Eduardo De Filippo e un bassotto di pezza che gli ricorda il suo cane, Curtino II, che lo attende nella casa di Capri. Ancora vi sono la preghiera di San Francesco e una crocettina che gli sono state portate in dono dal vescovo di Assisi. Malaparte dice:
«Non dimenticartene nessuna di queste cose. Elencale tutte. E racconta come è fatta la mia stanza. Le fotografie dico- no sempre così poco ».
Di fronte al letto Malaparte ha l'apparecchio televisivo. Vi segue le fasi del Giro d'Italia, e pochi giorni fa ha visto i corridori, dopo la tappa a cronometro, arrivare al traguardo, sotto un diluvio di pioggia, davanti alla sua casa sul lungomare di Forte dei Marmi. « Chi dici che vincerà il giro? » mi domanda. « Io dico che sarà Bobet ».
Alle spalle del letto, incappucciate di bianco, stanno le bombole dell'ossigeno. Ora il malato non ne fa uso costante. Ogni tanto, mentre si riposa dai discorsi, allunga la mano verso la cannuccia di gomma e la porta alle narici e aspira; l'acqua nella bottiglia incomincia a gorgogliare, ma non è più quel rumore sinistro di quando l'ossigeno era indispensabile per tenerlo in vita.
E alla destra c'è il divanetto di pelle verde: quello su cui siedono gli amici che gli vengono a far visita. Sulla porta della stanza un biglietto firmato dal direttore della clinica invita gli ospiti alla discrezione per non affaticare il malato. Ma, mentre se capita qualche visitatore importuno o soltanto curioso, Malaparte si mette subito di cattivo umore e tradisce dopo pochi istanti il fastidio e la fatica, con gli amici è un "padron di casa" di perfetta e commovente amabilità. E subito, alla minima provocazione, si risveglia in lui il gusto del conversatore di alta classe che è sempre stato. Parla appena sollevato sui cuscini e accompagna il discorso con gesti ampi e lenti delle mani. Le mani di Malaparte sono smagrite e pallide, trasparenti contro la luce della finestra, ma sono sempre straordinariamente vive. E allora, quando parla, il tempo non ha più significato: il biglietto ammonitore del medico resta dimenticato e le mezz'ore si aggiungono alle mezz'ore. Paiono, lui che parla dal letto e gli amici sul divano o sulla seggiola che ascoltano e pongono domande, l'antico Socrate che intrattiene i discepoli nel carcere di Atene. E non è soltanto un'impressione visiva e non è solo perchè, riprendendo il racconto della sua agonia, Malaparte ha usato presso a poco le medesime parole di Socrate. Ha detto:
« Un altro segno che la morte era nel mio corpo lo ho avuto quando ho sentito che il freddo mi saliva dalle gambe. Ma il segno più grave, il sintomo che non lasciava dubbi, è apparso sulle mani. Ho visto a un certo punto che nelle vene sul dorso delle mani si formavano tanti piccoli nodini. Era il sangue che si agglutinava. Ho fatto segno alla suora che guardasse e la suora si è alzata ed è andata a chiamare il professor Pozzi. E Pozzi è venuto e ha detto: "Si!". Intanto in quei giorni, al di là della tenda ad ossigeno, vedevo avvicendarsi i volti dei miei amici e vedevo che mentre tentavano un sorriso il loro volto si mutava e non reggeva e si scioglieva in pianto >»>.
Il racconto di Malaparte per questa volta finisce qui. Ma il nostro colloquio dovrà continuare. Con questo mezzo Malaparte vuol far partecipi i suoi lettori dell'aspetto più profondo, più segreto e determinante del suo viaggio ai limiti della vita. «Ci sono ancora tante cose che debbono sapere. Le più vere e le più alte. Puoi promettere che le diremo. Ma pesando ogni parola. Sarà la mia confessione laica ».
FRANCO VEGLIANI.