Da Freiburg, Germania in linea Michele Sequenzia. 'In nome della legge'

di Michele Sequenzia

Caro Direttore,

in nome della Legge: a Palermo dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987, nell’aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone, si giudicarono 475 imputati per omicidio, traffico di droga, estorsione e associazione criminale, tutto riportato in un dossier di 750.000 pagine, 900 i testi a carico, 350 giornalisti, Tv reporter, impiegati oltre 3000 agenti , polizia, esercito, alla presenza di 200 avvocati.

Il giudice Giuseppe Ayala sostenne la pubblica accusa nell'aula bunker costata 36 miliardi di lire (18,5 miliardi di euro), una fortezza di 7.500 metri quadrati, realizzata in soli 6 mesi, con turni di lavoro senza giorni di riposo. Aula giudiziaria dotata di sistemi di sicurezza e di archiviazione degli atti.

Furono impiegati reparti dell'aeronautica e dei servizi segreti, elicotteri sorvolarono notte e giorno tutta Palermo, dei cecchini si appostarono sui tetti. Il bunker era dotato di sistemi di protezione contro eventuali attacchi missilistici.

La Corte d’Assise fu presieduta, dopo molti rifiuti di famosi giudici penalisti, dal Giudice Alfonso Giordano.
Tutto organizzato con la massima sicurezza, bloccate le uscite , furono portati in aula 600 mafiosi imputati , rinchiusi in 30 gabbie di ferro guardati a vista da un reparto di carabinieri armati.

Il Giudice Pietro Grasso descrisse il suo ingresso nell’aula bunker : "C’erano più di 400 uomini in gabbia, i visi lividi, iniettati di odio, 800 occhi che esprimevano rabbia, disprezzo, si sentivano i veri padroni di Palermo".

Stretti tra di loro, come bestie feroci, tutti pericolosi capi dei vertici mafiosi, ricercati delinquenti, violenti sanguinari, mandanti e killers, colletti bianchi e fiancheggiatori, i tanti collusi , e reti di manovalanza dei latitanti Riina e Provenzano.
Importante fu la deposizione di Tommaso Buscetta, che, rompendo il suo giuramento , “il Codice d’Onore”, raccontò in aula , “ suscitando la reazione dei mafiosi ingabbiati, per la prima volta, pubblicamente, in dettaglio come agiva Cosa Nostra...e come dominava con spavalda violenza, rapinando ed uccidendo”.
Molti , dalle gabbie, imprecavano, urlavano valanghe di improperi contro Buscetta.

Il processo "Bunker" fu teatro di molte contestazioni, di violentissime accuse in un clima rovente di rivolta sociale: il 21 maggio 1986, Salvatore Ercolano si presentò con le labbra cucite, Vincenzo Sinagra entrò in aula indossando una camicia di forza, urlando improperi e vendette contro la Corte, in forte stato di alterazione.
Durante il Processo fu ucciso il bambino Claudio Domino, i cui genitori avevano l’appalto delle pulizie dell’Aula. Si scoprì che probabilmente il piccolo fu testimone del confezionamento di eroina. Tutto in un clima assai teso.

Il Giudice a latere Pietro Grasso racconta: Bontate prese la parola dicendo” Noi, non siamo gli autori del delitto”. Un “Noi” che per la prima volta ammetteva l’appartenenza a Cosa Nostra degli imputati che non si dichiareranno mai innocenti ma “estranei ai fatti”.
Il giudice Ayala ricorda il giorno in cui concluse la requisitoria: «Ho parlato per otto giorni stando in piedi. Quando ho finito, l’adrenalina è svanita: non riuscivo più ad alzarmi in piedi ». Due carabinieri lo aiutarono, lo sollevarono da terra e riuscirono ad uscire dall’aula, mentre gli imputati, fatti uscire dalle gabbie, venivano riportati in carcere.
La sentenza definitiva arrivò il 30 gennaio 1992 con la conferma della Cassazione: inflitti 19 ergastoli, 2.665 anni di carcere . «In quella sentenza c’è tutto quello che c’è da sapere sulla mafia», ricorda Ayala.

Giustizia è fatta.

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