Da Como in linea Giuseppe Di Rosa 'Come promesso ecco il pezzo dell'amico Angelo Raffa'

di Giuseppe De Rosa

Buongiorno direttore, 

Le invio i due scritti dei quali accennavo nella mia precedente.

In tempi come quelli che stiamo vivendo e che il nostro comune amico Angelo ha appena intravisto entrambi gli scritti mi sembrano calzanti. Quello sull’amicizia è prezioso sia per il contenuto sia per l’importanza e il valore del dialogo fra i popoli, oggi più che mai compresso dalla alterigia della forza e dalla prepotenza. La storia ci insegna(ma è sempre più denigrata e stravolta da gente che cerca di travisarla, se non riscriverla) che le guerre hanno portato odio, rancore e altre guerre.

L’altro, la post fazione, ci riguarda da vicino. Ci riguarda perché sebbene quello che il Nostro scrive, riguarda si il passato ma è applicabile anche a quello che succede ai giorni nostri, in Sicilia e non solo. Basta saperlo leggere fra le righe. E' un regalo ad amico di un mio carissimo "fratello".  Si ricordi un  "fiore" se andrà al cimitero. Grazie

SECONDO ARTICOLO 

di Angelo Raffa

Jiaoyoulun. Una amicizia che viene da lontano.

Le recenti vicende del papato hanno esposto al grande pubblico il problema dei difficili, o meglio degli inesistenti, rapporti della Cina con la Curia romana. Ai funerali di Giovanni Paolo è stata  infatti sottolineata l’assenza di un rappresentante di quel paese. Che un paese qualsiasi non è, costituendo, col suo miliardo e trecento milioni di abitanti, qualcosa di più di un quinto dell’intera umanità.
Nei confronti di quel lontano popolo si manifesta l’intolleranza di chi, alla ricerca delle cause di crisi economica italiana, si illude di trovare risposte facili, prospettando – per nascondere le cause vere, quasi mettendo la testa sotto la sabbia – la necessità  di anacronistiche misure di ottocentesco protezionismo.

È così che nascono e si sviluppano le tensioni economiche e politiche che lutti e sventure hanno provocato più volte al nostro  mondo. Ebbene, se vi è un messaggio del papa scomparso quasi  universalmente condiviso, è quello dell’apertura al mondo, della comprensione degli altri, del rispetto degli altri, come fondamento della pace universale.
È un messaggio che Giovanni Paolo ebbe occasione di riferire espressamente e direttamente proprio alla Cina il 24 ottobre del  2001, in occasione dell’inaugurazione del Convegno Internazionale “Matteo Ricci. Per un dialogo tra Cina e Occidente”. Quel convegno fu organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana e dall’Istituto Italo-Cinese; e si collegava al Simposio Internazionale, che era stato celebrato nei giorni immediatamente precedenti a Pechino (14-17 ottobre), trattando il tema Encounters and Dialogues (“Incontri e Dialoghi”) soprattutto nell’orizzonte degli scambi culturali tra la Cina e l’Occidente all’epoca della fine della dinastia Ming e all’inizio della dinastia Qing.

L’occasione del Convegno fu il 400° anniversario dell’arrivo a Pechino di Matteo Ricci.
Chi era costui? Un maceratese nato nel 1552, fattosi gesuita nel Collegio Romano; all’età di ventisei anni si era recato in India, rimanendo per quattro anni nella colonia portoghese di Goa. Di lì, aveva raggiunto la costa meridionale della Cina, nell’altra colonia portoghese di Macau, dedicandosi allo studio della lingua cinese. Dal 1583, insieme al correligionario Michele Ruggieri, ebbe il permesso di risiedere a Zhaoqing (nella regione del Guangdong), sede del governatorato del Guangdong-Guangxi. Riuscì a stabilire cordiali rapporti con gli intellettuali, che si mostrarono molto interessati alla cultura europea ed attratti, in modo particolare, dal mappamondo e dagli  orologi che Ricci e Ruggieri fecero loro esaminare. L’amministrazione cittadina diede ai due il permesso di costruire una casa e una chiesa.

Ricci si dedicò allo studio della letteratura cinese e della matematica. Egli lavorò per molti anni alla compilazione di un’opera di geografia in cinese. Ruggieri rientrerà presto in Italia.
Nel 1589, in seguito a disordini popolari, Ricci viene espulso dalla Cina e torna a Macao, ma dopo poco tempo ottiene il permesso di rientrarvi e fissa la nuova residenza a Qujiang (Shaozhou) nel nord della provincia del Guangdong. È in questo periodo che egli scrive un piccolo trattato, che nel 1595 viene pubblicato a Nanchino col titolo Jiaoyoulun (Sull’amicizia). Il libro è dedicato al principe Qianzhai, il quale ricambia regalando all’autore una raccolta di pitture cinesi, che sulla cartella - frontespizio recano un’incisione raffigurante lo stesso principe in atto di conversare con il “letterato straniero”. Il Jiaoyoulun ebbe grande fortuna in Cina, dove se ne susseguirono molte edizioni. In Europa restò ignoto. Se ne pubblicherà una versione in italiano a Pesaro, rimasta inedita per più secoli, soltanto nel 1825, a cura di Michele Ferrucci.

Nel volumetto il Ricci riporta in cinese detti di filosofi santi occidentali sull’amicizia. Un’opera che fu spesso stampata in diverse province con molto applauso di tutti i letterati facendo stupire tutto il Regno.
Scopo del Ricci nello scrivere il Jiaoyoulun fu di dimostrare ai cinesi che gli occidentali non erano barbari, e che lui, conoscendo bene la letteratura della sua patria, aveva diritto al titolo di letterato, che in Cina era tenuto in gran conto. 
Gli intellettuali cinesi, pieni di ammirazione, davano a Ricci il titolo   più ambito allora in uso, quello di uomo geniale.
Il piccolo trattato sull’amicizia, che ebbe grande successo in Cina sin dalla prima edizione, e la lunga e fitta rete di amicizie che egli sempre curò e ricambiò durante i suoi 28 anni di vita in quel Paese, restano una testimonianza inconfutabile della sua lealtà, sincerità e fraternità verso il popolo che l’aveva accolto. Questi sentimenti e atteggiamenti di altissimo rispetto scaturivano dalla stima che egli aveva per la cultura della Cina, al punto da portarlo a studiare, interpretare e spiegare l’antica tradizione confuciana, proponendo così una rivalutazione dei classici cinesi.

Nei 28 anni trascorsi in quel paese, Ricci - come scrive Otello Gentili in Tutto Cina - “fece una vera e propria escursione sulle  alte vette dell’amicizia, curandone tutte le tappe. In questo   modo, il suo incontro con il popolo cinese non restò mai a livello di banalità, ma divenne una vera e propria contemplazione della plurimillenaria tradizione cinese. La studiò con attenzione e ne valorizzò quanto di bello e di buono, di giusto e di santo, aveva  accumulato nei secoli. Fino al giorno in cui gli si aprì la porta del dialogo alla corte imperiale di Pechino, nel 1601”.

Il Trattato sull’amicizia è, nella storia, la prima opera composta in cinese da un non cinese, che si firmò “filosofo dei monti dell’Occidente”. Egli ha contribuito a fare incontrare l’Oriente con l’Occidente: lo ha fatto si, da scienziato, ma specialmente da uomo animato dal sentimento di apertura, di rispetto, di simpatia per l’umanità la più diversa e lontana.
Non a caso lo scritto che, a mio avviso, gli creò apertura e credito in Cina, è proprio quello sull’amicizia, cioè sul sentimento universale, che egli illustrò con gli esempi tratti dalle letterature classiche d’occidente, ma che specialmente visse nella sua esperienza concreta in quel lontano paese, dimostrando che vi è un’umanità “alta” che si rivela al di là d’ogni confine e d’ogni diversità nell’incontro disinteressato e spontaneo con la spiritualità profonda del prossimo.
Concludo rammentando che il buon Matteo è ancora presente nella memoria popolare cinese: gli orologiai di Canton lo ritengono il loro “protettore” e l’invocano con il nome di “Buddha Ricci”.

Chissà che egli, da buon protettore degli orologiai, non riesca a  fare il miracolo di fermare tutti gli orologi, e il tempo, evitando che il fatale incontro finale fra i popoli della terra passi dalla fase dell’incomprensione, dell’intolleranza, dell’odio, all’amicizia fra le genti di tutte le razze e culture.

Da: Il Notiziario del Club dell’Amicizia, nn. 1,2 aprile 2005 :
      E ripreso da: Giuseppe Di Rosa, Il Club dell’Amicizia. Una volta a Como. Prefazione di Vincenzo 
      Guarracino,  Grafica Marelli, Como, dicembre 2024

1) di Angelo Raffa

IL DANNO DI GOVERNANTI, GENERALI, COMMISSARI STRAORDINARI AL POPOLO D’ITALIA NEL PRIMO NOVECENTO (E NON SOLO)

La lettura del lavoro di Giuseppe Di Rosa mi ha indotto ad alcune riflessioni che riguardano, sì, il passato, ma che ho sentito come fossero di attualità. E se ho una certa difficoltà a mantenerle entro gli argini d’un argomento circoscritto, delimitato non solo per contenuti ma anche per disciplina e metodo, è certo che vi è una connessione fra quanto ha scritto Di Rosa e le mie riflessioni: una connessione a contrario.
Il contenuto di questo libro è largamente e meritatamente laudativo per quanti - singoli volontari e associazioni - sono accorsi e si sono prodigati nel 1908 e nel 1915 a favore di coloro che avevano
immediata necessità di aiuto e di conforto; e, in particolare, per “quei meravigliosi e modesti eroi”, i pompieri. Quegli eroi arrivarono, scrive Di Rosa, privi di coordinamento, carenti di attrezzature adeguate, in molti casi ostacolati dai comandi civili e militari e dallo stesso Governo che ne ritardò l’impiego operativo come accadde nel 1915.
Tutto ciò non sminuisce ma accresce i meriti di quei pompieri che si impegnarono nell’aiuto agli sventurati cittadini travolti dal sisma con tutte le loro forze, con sacrifici e correndo pericoli.

Accanto ai grandi meriti di alcuni, vanno sottolineati i demeriti, le responsabilità, le colpe di altri: governo ed autorità civili e militari. Ritardi, incapacità, carenze d’attrezzature, incertezze e contraddizioni riguardano ambedue gli eventi; ma particolarmente gravi appaiono le ottusità, l’inumanità, il burocratismo militare a Messina e Reggio. E’ in riva allo Stretto, infatti, che spiccano colpe più nettamente delineate, nella cornice d’uno stato d’assedio e della conseguente concentrazione di poteri straordinari in poche mani: il Presidente del consiglio, il Commissario straordinario e i suoi delegati.

Della impreparazione e disorganizzazione imperanti nei comandi militari a Messina, vi è notizia in relazioni di ufficiali e diplomatici stranieri. In una si legge che “il generale Mazza sembrava… ossessionato dalla preoccupazione di evitare l’affollamento di Messina e di… impedire l’ingresso in città di profughi” e si parla della “confusione indescrivibile che ha regnato sull’arrivo dei soccorsi e sulla completa assenza di organizzazione di cui le più alte autorità italiane, presenti sul luogo, hanno dato prova”1. Altre osservazioni si fanno su “gli ufficiali e sottufficiali [che] non hanno molta autorità. Non riescono a comandare tranquillamente e con autorevolezza, … O tormentano e opprimono i soldati, o sono insensatamente deboli e oltremodo indulgenti”. E, in più, si osserva che “L’inettitudine, la disonestà e l’opportunismo contrassegnano le autorità civili”2.
Quale il risultato della gestione dell’emergenza? Tanti ma tanti morti perché non dissepolti; e poi i morti di freddo, di fame, di mancate cure tempestive.

1 Così i rapporti dell’attachè francese colonnello Elie Jullian, del 10 e del 28 gennaio 1909, negli archivi di Vincennes del SHAT, Service Historique de l’Armèe de Terre – Attachées militaires – Italie, 7 N 1369, in appendice a Giorgio Boatti, La terra trema. Messina 28 dicembre 1908, Mondadori, Milano 2004, pp. 325-326.
2 E’ quanto scrive il colonnello inglese Delmè-Radcliffe nella relazione del 12 aprile 1999 all’ambasciatore del suo Paese,Rennel Rodd [Public Record Office, Kew, Londra, FO 371/682],che si legge in G. Boatti , cit., p. 334. E ripresa da Dario De Pasquale, Le mani su Messina – Prima e dopo il terremoto del 1908, Armando Siciliano Editore, Messina 2006, p.203.

Disastri che vanno certamente addebitati a generali, commissari, alti funzionari, che si trovarono ad affrontare così malamente le emergenze mentre erano in corso e post factum. Ma non sembra esauriente e giusto fermarsi a loro. Per trovare l’origine dei guai, si dovrà invece risalire a responsabilità ante factum, di autorità politiche e di governo; tutti quelli, cioè, che poi si erano rivelati decisamente inadeguati e incapaci; e che nel caso dei disastri naturali, non avevano deliberato o reso operative norme atte a prevenire, ad affrontare adeguatamente, a ridurre i danni delle emergenze.
Lungimiranza, sorveglianza e prevenzione è ciò che ci si attende da chi guida un Paese di recente formazione, schiacciato fra grandi potenze, con un territorio complesso e pieno di pericoli. I nemici, in qualche misura, si possono scegliere o evitare. Quanto alla natura avversa e pericolosa, c’è poco da scegliere: è quel che è.
Ai governanti spetta però di approfondirne la conoscenza mediante la storia e la scienza: scoperti i potenziali pericoli, devono far di tutto per evitarli e contrastarli o almeno per evitare le peggiori
conseguenze, predisponendo i mezzi giuridici, amministrativi e organizzativi opportuni; e scegliendo le persone giuste cui affidare i vari compiti. Non aver fatto ciò è responsabilità principale di coloro
che sono preposti alla guida dello Stato. Se le mancanze e gli errori non dipendono solo da ignoranza e inadeguatezza, ma da demagogia e calcoli di interesse politico, non si tratta più di responsabilità
ma di colpa.

Discutere di ciò che è avvenuto e individuare le colpe, per un verso poco importa, poiché non si potrebbe più punire né si potrebbero cancellare o ridurre le conseguenze (distruzioni, feriti, morti...).
Forse, però, riflettere sui fatti non è del tutto inutile per il futuro, poiché se nulla si comprende e nulla di adeguato si fa, altri disastri potranno avvenire. E ci vorranno allora nuovi “…meravigliosi e modesti eroi” per salvare città e vite a dispetto di Presidenti, Ministri, Deputati e Senatori, Commissari straordinari, Generali, Ammiragli, Prefetti e quant’altri…, anzi contro di loro e nonostante le loro contorte, contraddittorie, interessate o maniacali disposizioni, a dispetto delle intricate reti burocratiche, delle lentezze, dei rinvii, delle clientele, del malaffare.
Eppure di questi “eroi” s’è scritto poco sulla stampa periodica. I loro sacrifici, il loro impegno, i salvataggi che hanno operato sono sembrati cosa talmente ovvia ed attesa che c’era poco da dire per
conquistare lettori; era meglio puntare sulla cronaca grigia e nera! Eppure loro hanno salvato vite, hanno dissotterrato tante persone rimaste sepolte e ferite ma vive, anche dopo giorni o settimane, quando i rispettivi municipi li volevano far rientrare e quando le autorità commissariali e militari volevano stupidamente allontanarli. E non s’erano neppure limitati ai compiti urgenti d’istituto, (dissotterrare vivi e morti, puntellare macerie, spegnere incendi). Hanno pure costruito e montato le prime baracche; trasportato e distribuito viveri; medicine, attrezzature; ristabilito viabilità interrotte e ostruite… Il tutto senza un ordinamento ed un coordinamento nazionale.

Ci vollero 40 anni, scrive Di Rosa, per decidere la formazione di un corpo nazionale e istituirlo effettivamente. 40 anni e tanti danni, tante vittime. Non bisogna dimenticare che le emergenze da
affrontare non erano solo i terremoti, ma le inondazioni, le frane, le eruzioni, gli incendi. Emergenze non imprevedibili: la serie di dati continui e documentati degli ultimi due secoli dimostra che non si
tratta di eventi improvvisi, eccezionali, inattesi, imprevedibili; da tempo immemorabile i siti colpiti da tali emergenze sono sempre gli stessi. In una dimensione storico-scientifica adeguata, sono evenienze in senso lato ordinarie, ripetitive.
Un esempio: le frane distruttive nel mezzo secolo successivo al 1960, secondo l’Istituto di Ricerca per la Protezione Geologica (I.R.P.G.), sono state 789, con 3.417 morti; le maggiori inondazioni,
mezzo migliaio, con 753 morti. Vi è una graduatoria di questi eventi, che si mantiene costante: 
Per le inondazioni, le regioni più colpite, nell’ordine: 1. Val d’Aosta, 2. Piemonte, 3. Liguria, 4. Trentino Alto Adige, 5. Friuli Venezia Giulia, 6. Toscana, 7. Umbria, 8. Sicilia.
Per le frane: 1. Veneto, 2. Trentino Alto Adige, 3. Friuli Venezia Giulia, 4. Val d’Aosta, 5. Piemonte, 6. Liguria, 7. Campania, 8. Basilicata.

Quanto ai terremoti distruttivi: nei 114 anni compresi fra il 1900 e il 2013, se ne sono verificati 85 (più di uno ogni anno e mezzo, in media), con più di 170.000 morti; ed i più gravi, sempre nelle stesse aree (anche in sequenze plurisecolari)3.
Non era ragionevole ritenere che là dove si erano verificati in modo ricorrente terremoti, alluvioni, frane, ne avvenissero ancora? E non occorreva, in tali casi, attrezzarsi ad affrontarli adeguatamente,
cioè con norme, istituzioni, sorveglianze, organizzazioni? Ciò non avvenne: più che al destino ed alla natura, le conseguenze disastrose sono imputabili, quindi, legalmente e moralmente a coloro che dovevano prevedere e prevenire e che non lo hanno fatto.
Si tratta di politici, di uomini di governo, di alti amministratori. Ci sarà chi leggendo queste riflessioni mi accuserà di… fare politica e non storia. Si tratterà probabilmente di quel tipo di persona che -purtroppo- ritiene che non far politica è obiettivo di chi la politica la lascia fare agli altri e si limita a disinteressarsene, dicendo che è “una cosa brutta”. E’ insomma la filosofia del: non bisogna disturbare il manovratore; e non per impedire che vada a sbattere, ma proprio perché vada a sbattere o meglio ci faccia sbattere dove vuole e dove a lui conviene.

La storia, a saperla leggere senza censure interessate, ci rivela tante cose. Per esempio ci induce a fare un confronto fra ciò che successe nel 1908 e nel 1915 in Italia e quello che era avvenuto a San
Francisco col terremoto del 1906. In quella città di 400.000 abitanti, terremoto di 8,0 Richter ed incendio distrussero il 50% degli edifici, ma vi furono solo 3.000 vittime circa; vi era un corpo stabile di vigili del fuoco; l’esercito costruì quasi 6.000 case in legno, per ospitare subito 20.000 sfollati: ma un anno dopo la gran parte degli occupanti le abitazioni provvisorie si era già trasferita in nuovi edifici; le baracche liberate sono state via via demolite; la città totalmente ricostruita nel 1915 ospitò la Panama-Pacific International Exposition. Come andò in Italia nel 1908 e nel 1915 si sa.
Concludendo queste riflessioni sul libro di Di Rosa mi sia lecito fare una ultima considerazione a proposito di spese e di bilanci. Per affrontare le imponenti uscite necessarie per la ricostruzione
di Messina e di Reggio Calabria, una legge del 1909 impose una addizionale del 2% sull’imposta di fabbricazione, poi elevata al 5%. L’addizionale fu prorogata indefinitamente. Negli anni Cinquanta
ci si accorse che, dei 532 miliardi di lire fin allora rastrellati, solo il 16% (cioè 85 miliardi) era stato impiegato nella ricostruzione. Il rimanente 84% (447 miliardi) che fine ha fatto? L’unica certezza è che una parte di tale somma finanziò nel 1911-12 la guerra di Libia.
Un’altra parte la prima guerra mondiale; e la seconda. Insomma il terremoto è stato dannoso e costoso per molti; utile per pochi: governanti,politici, militari in carriera e finanzieri, costruttori ed affaristi che hanno largamente goduto … il ricco bottino fiscale frutto del terremoto.
Angelo Raffa, Postfazione al libro di: Giuseppe Di Rosa, Quei meravigliosi e modesti eroi. L’intervento dei Civici Pompieri nei terremoti di Messina (1908) e della Marsica (1915), Edizioni Città del Sole, 2014
3 Fonte principale dei dati: Erasmo De Angelis, Italiani con gli stivali, La Biblioteca del Cigno, Marciano
di Romagna 2009. Sono miei  il completamento e l’elaborazione.

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